Vinicio Capossela in concerto
C'erano tutte e due le anime di Vinicio Capossela tra il pubblico che lo ha seguito venerdì notte ad Arbatax, al festival Rocce Rosse Blues, dove si è esibito in una splendida performance che è quasi blasfemo chiamare concerto. Troppo riduttivo. O meglio, c'erano le infinite anime che emergono in lui come le maree e si riversano dentro al petto di chi ascolta le sue canzoni, come una cascata di metafisica spirituale e carnale insieme. I borghesi e I proletari. La poesia romantica e il verso maledetto. Il sacro e il profano. Dioniso e apollo. Nella tribuna e in platea, tra i fan, si potevano ammirare signore ingioiellate, imbalsamate in abiti attillati e tacchi a spillo, guardare tranquillamente lo spettacolo accanto a giovani ubriachi festanti a petto nudo. Il mare, i marinai, la balena... e le rocce, la terra, la materia. Testi e suoni che riflettevano lo scenario. Come nell'epico caso della risacca: doppia, quella reale e quella cantata. Non sono mancati i richiami alla nostra terra, alla nostra tradizione con un'esibizione di Vinicio travestito da mammutones, le note maschere di Mamoiada, e l'esecuzione del famoso “Gambale twist” dei Barritas, in limba. Alla fine del concerto, si passa sulla terra leggeri, come i protagonisti del libro di Sergio Atzeni, in un ritorno alle origini magico, alla scoperta dell'identità.
09 / 08 / 2008
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Dietro il sipario. Un romanzo che comunica attraverso il linguaggio delle emozioni, per cercare di raggiungere la sfera irrazionale e ultrasensibile del lettore. Nelle pagine emerge la riflessione sulla fine dell'esistenza, ma vengono affrontate anche le diverse modalità con le quali gli esseri umani tentano di rispondere e reagire al male di vivere. Non si può scegliere di nascere ma si può scegliere di morire. Se vuoi leggere in anteprima i primi capitoli, o acquistarlo, clicca qui
Il canto delle sirene
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Noi non vogliamo ascoltare. Non è che non possiamo. Non vogliamo perché non ne abbiamo il coraggio. È molto più
facile vivere protetti dalle abitudini e dal conformismo. Pensare attraverso concetti preconfezionati e con le categorie
dei gruppi. Perché se solo proviamo ad ascoltare, ci sembra di precipitare. Se ascoltiamo la nostra testa, ci sembra di
perderci. Eppure lei avrebbe qualcosa da dirci. Ma ci sconvolgerebbe. Allora meglio mettere sempre gli auricolari con
un po’ di musica. O accendere la televisione appena si rientra a casa. Perché il silenzio ci fa paura. Non sappiamo cosa
abbiamo dentro. Siamo sempre in bilico sull’orlo della follia. Ma è molto meglio perdersi nel labirinto dei propri pensieri,
che stare a galla su un mare di cemento finto. È inutile ascoltare il canto delle sirene legati all’albero maestro, come
Ulisse. O mettersi i tappi come i suoi marinai, e non ascoltare affatto. Dobbiamo ritrovare il coraggio di toglierci i
tappi e stare con le braccia libere al vento, per godere appieno della libertà della creazione, accogliere l’irrazionale e farcelo scivolare nelle vene. E così, forse, non saremo più un numero.
Ma un individuo.
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