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Tharros tra cultura e motore per il turismo


I gabbiani sorvolano le rovine di Tharros: sono loro i re del mare, che custodiscono il segreto della scomparsa dell’antica città, in bilico tra il mito dell’onda gigantesca che tutto trascinò con sé, e la spiegazione meno romantica delle continue incursioni dei pirati che costrinsero gli abitanti a lasciare la suggestiva penisola del Sinis e a trasferirsi in quello spazio di territorio dove ancora oggi sorge Oristano. L’area fu eletta a luogo urbano dai Fenici per la sua posizione favorevole al commercio: l’istmo che porta al promontorio di Capo San Marco, infatti, consentiva alle navi di avere sempre un porto sicuro, qualsiasi fosse la direzione del vento. La città continuò ad essere fiorente anche durante il periodo punico e in età romana, raggiungendo il massimo splendore nel III secolo d.C. Il declino arrivò inesorabilmente intorno all’anno mille. E solo dopo quasi un altro millennio, nel 1956, iniziò la campagna di scavi. Oggi il sito archeologico è fonte d’attrazione per migliaia di turisti, molti stranieri, che abbinano l’amore per la storia alla vacanza in un mare cristallino. L’offerta culturale abbinata all’estetica del paesaggio e alle ricchezze naturali è senz’altro valida: lo confermano i dati sulle presenze, in costante aumento, con un picco vertiginoso nel 2006, anno in cui si è raggiunta la quota di 85 mila turisti. La bellezza del paesaggio e la passione per la cultura richiama dunque i visitatori, ma c’è un’ombra: il problema dell’accoglienza: solo agriturismo e qualche albergo di scarso prestigio. Anche se per il momento non ci sono alberghi di lusso ad attirare i turisti, il fascino delle rovine, da solo, è di sicuro una calamita con un campo magnetico capace di estendersi al di là del mare. E con soli 4 euro, questo il prezzo del biglietto per visitare Tharros e il museo archeologico di Cabras, si spalancano le porte sull’ottavo secolo a.C. 30 settembre 2007


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Il canto delle sirene

Noi non vogliamo ascoltare. Non è che non possiamo. Non vogliamo perché non ne abbiamo il coraggio. È molto più

facile vivere protetti dalle abitudini e dal conformismo. Pensare attraverso concetti preconfezionati e con le categorie

dei gruppi. Perché se solo proviamo ad ascoltare, ci sembra di precipitare. Se ascoltiamo la nostra testa, ci sembra di

perderci. Eppure lei avrebbe qualcosa da dirci. Ma ci sconvolgerebbe. Allora meglio mettere sempre gli auricolari con

un po’ di musica. O accendere la televisione appena si rientra a casa. Perché il silenzio ci fa paura. Non sappiamo cosa

abbiamo dentro. Siamo sempre in bilico sull’orlo della follia. Ma è molto meglio perdersi nel labirinto dei propri pensieri,

che stare a galla su un mare di cemento finto. È inutile ascoltare il canto delle sirene legati all’albero maestro, come

Ulisse. O mettersi i tappi come i suoi marinai, e non ascoltare affatto. Dobbiamo ritrovare il coraggio di toglierci i

tappi e stare con le braccia libere al vento, per godere appieno della libertà della creazione, accogliere l’irrazionale e farcelo scivolare nelle vene. E così, forse, non saremo più un numero.

Ma un individuo.


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