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Situazione degli indultati del carcere di Oristano


Il primo agosto 2006, in seguito al decreto sull’indulto, nel carcere di Oristano, dove erano reclusi quasi 130 detenuti, sono rimaste meno di cinquanta persone. Tra gli indultati, 15 della provincia Oristano, 21 extra comunitari. I restanti sono residenti in altre città della penisola, per cui è impossibile seguire le loro tracce e verificare quale percorso abbiano seguito. Certo è che, nel momento in cui si è aperta la porta del carcere, la gioia, per molti, è stata offuscata dalle preoccupazioni per il futuro. Per alcuni, la speranza è rinata nei 38 ettari di terreno del samaritano, la comunità di arborea dove possono seminare, coltivare, produrre, vendere e cucinare i prodotti della terra, iniziando così, attraverso il lavoro, il cammino verso l’integrazione nella società. Dopo l’accoglienza, la rieducazione e la formazione sono le altre due tappe fondamentali del percorso: lo scopo è fare in modo che la comunità sia solo un momento di passaggio. I corsi di orticoltore e di trasformazione del prodotto sono mirati all’acquisizione di competenze qualificate che i ragazzi possano vendere nel mercato del lavoro esterno. Essendo inoltre soci produttori, tolte le spese di vitto e alloggio, nessuno va via a mani vuote, scongiurando così il pericolo di ricadere nella tentazione del furto per necessità. Un sociologo, uno psicologo e un’educatrice del Ruanda che si è laureata grazie al sostegno della comunità, aiutano gli ex detenuti a superare le problematiche relative all’interiorità. Tra i 27 ospiti del Samaritano, c’e’ anche Mansouri Redouane, 32 anni, che grazie all’indulto può beneficiare della pena alternativa con tre anni d’anticipo. Ma l’incubo peggiore, racconta, resta quello d’essere visti dalla società sempre come persone macchiate da un’ombra, l’ombra di chi ha vissuto in una cella. Nata nel 2000 per accogliere le persone con un vissuto carcerario, l’azienda agricola il Samaritano si sta ampliando sempre più. A febbraio ad esempio è stato avviato il semenzaio, anche per abbattere i costi dell’acquisto delle piantine, che incideva di circa 25 mila euro anno. “La carenza delle strutture e dei finanziamenti oscura però l’aspetto positivo dell’indulto”, denuncia Don Giovanni Usai, presidente della cooperativa sociale. 30 settembre 2007


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Noi non vogliamo ascoltare. Non è che non possiamo. Non vogliamo perché non ne abbiamo il coraggio. È molto più

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dei gruppi. Perché se solo proviamo ad ascoltare, ci sembra di precipitare. Se ascoltiamo la nostra testa, ci sembra di

perderci. Eppure lei avrebbe qualcosa da dirci. Ma ci sconvolgerebbe. Allora meglio mettere sempre gli auricolari con

un po’ di musica. O accendere la televisione appena si rientra a casa. Perché il silenzio ci fa paura. Non sappiamo cosa

abbiamo dentro. Siamo sempre in bilico sull’orlo della follia. Ma è molto meglio perdersi nel labirinto dei propri pensieri,

che stare a galla su un mare di cemento finto. È inutile ascoltare il canto delle sirene legati all’albero maestro, come

Ulisse. O mettersi i tappi come i suoi marinai, e non ascoltare affatto. Dobbiamo ritrovare il coraggio di toglierci i

tappi e stare con le braccia libere al vento, per godere appieno della libertà della creazione, accogliere l’irrazionale e farcelo scivolare nelle vene. E così, forse, non saremo più un numero.

Ma un individuo.


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