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Secondo Premio: Sole nero, di Daniele Atzeni


Documentario. Porto Torres. Lo stabilimento petrolchimico, sorto negli anni ‘60 sotto l’impulso del “Piano di Rinascita” voluto dal Governo per modernizzare l’isola, sta provocando, a causa dell’inquinamento che produce, danni irreversibili al territorio circostante e decessi fra gli operai che vi lavorano. Vedove e familiari delle vittime hanno sporto denuncia al Tribunale, mentre la Magistratura, dopo lunghe indagini, ha chiesto il rinvio a giudizio per quattro dirigenti aziendali. Nel frattempo è arrivata la crisi, che porterà nella fabbrica licenziamenti e cassa integrazione. Gli operai devono lottare per non perdere il lavoro nello stabilimento, consapevoli del fatto che continuare a lavorare all’interno di esso potrebbe costare loro la vita.

Daniele Atzeni, regista di Iglesias. Si è diplomato alla Nuova Università del Cinema e della Televisione di Roma. Ha realizzato diversi cortometraggi e documentari, tra cui ricordiamo in particolare i documentari RACCONTI DAL SOTTOSUOLO, sulle miniere del Sulcis – Iglesiente, menzione speciale della giuria al Premio Libero Bizzarri, San Benedetto del Tronto nel 2003 e LA LEGGENDA DEI SANTI PESCATORI, miglior fotografia all’International Festival of Cinema and Technology (USA) nel 2007, menzione speciale della giuria Festival Internazionale di Cortometraggi Arcipelago Roma nel 2005, terzo premio al Mediterraneo Film Festival di Carloforte nel 2006.

Motivazione della giuria: una via di mezzo fra documentario d’inchiesta e reportage di denuncia sulle conseguenze negative per la salute degli operai e l’ambiente dello stabilimento petrolchimico di Porto Torres: un tema molto importante su cui si è detto pochissimo. Attraverso le interviste alle famiglie e le ricostruzioni si avvia una riflessione su un settore e un luogo particolare, mantenendo un equilibrio tra il rispetto identitario e la sofferenza.


13 / 05 / 2009




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Noi non vogliamo ascoltare. Non è che non possiamo. Non vogliamo perché non ne abbiamo il coraggio. È molto più

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dei gruppi. Perché se solo proviamo ad ascoltare, ci sembra di precipitare. Se ascoltiamo la nostra testa, ci sembra di

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un po’ di musica. O accendere la televisione appena si rientra a casa. Perché il silenzio ci fa paura. Non sappiamo cosa

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che stare a galla su un mare di cemento finto. È inutile ascoltare il canto delle sirene legati all’albero maestro, come

Ulisse. O mettersi i tappi come i suoi marinai, e non ascoltare affatto. Dobbiamo ritrovare il coraggio di toglierci i

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