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Scuola: il più grande licenziamento di massa


"Quest'anno, al primo squillo della campanella, all'appello erano assenti 42 mila insegnanti e 16 mila componenti del personale Ata, stralciati via dalle economie imposte dal decreto legge 112, convertito in legge lo scorso agosto, un provvedimento che ha impoverito la scuola italiana di 8 miliardi di euro. Cifre, quelle dell'anno scolastico 2009/2010, destinate a lievitare nei prossimi tre anni, quando per insegnanti, amministrativi e collaboratori scolastici è prevista una riduzione di 130.000 unità. Si tratta, senza ombra di dubbio, del più grande licenziamento di massa nella storia del nostro Paese. "
Così scrive alla redazione di Ondeculturali la deputata Caterina Pes, e prosegue:
"Le conseguenze di questi tagli, come ho denunciato nella mozione presentata in Parlamento in rappresentanza del Partito Democratico lunedì 21 settembre, sono e saranno pesantissime tanto sul piano della riduzione, drastica e impietosa, dei posti di lavoro, quanto su quello della qualità formativa, perché è fin troppo evidente che un impoverimento feroce del numero di insegnanti e di collaboratori scolastici si ripercuoterà negativamente sulla vita scolastica.
Mentre l’Europa ci chiede di stare al passo con la media Ocse e di investire sulle politiche della conoscenza e dell'istruzione, il governo italiano opera una scelta incomprensibile, non solo per il resto dei paesi occidentali, ma per noi stessi cittadini italiani, insegnanti, genitori di studenti che vedono il loro corso di studi azzoppato da un provvedimento che altro non è che una barbara scure abbattutasi sulle risorse economiche e professionali della scuola.
Se si utilizzasse un metro razionale e ragionevole, apparirebbe difficile comprendere infatti per quale motivo all'aumento del numero degli alunni iscritti nelle scuole italiane, 70 mila, sia corrisposta, in rapporto inversamente proporzionale, una diminuzione dei docenti, appena 42 mila. Un risultato ottenuto attraverso la riduzione del turn over, ovvero la mancata sostituzione del personale andato in pensione, l'aumento del numero di alunni per classe, che oggi arriva a contenere persino 33 allievi, con buona pace dell'insegnamento individualizzato. E poi meno scuole e meno soldi per le scuole: questi gli ingredienti di una micidiale ristrutturazione della scuola, che ha disatteso e tradito il piano previsto dal governo Prodi nella Finanziaria 2007: un piano che prevedeva l'assunzione, in tre anni di circa 150 mila insegnanti e 130 mila lavoratori Ata. Di quelle cifre restano oggi solo 16 mila immissioni in ruolo.
Questo non significa, è bene sottolinearlo, operare semplicemente un'ingrata sforbiciata che taglia fuori migliaia di lavoratori, che pure è un dramma sociale per chi ha investito anni di studio e ne ha speso altrettanti nelle aule. No, si tratta di molto di più. Si tratta di determinare la caduta verticale della qualità dell'insegnamento, di impoverire la didattica, di spogliare le scuole delle proprie risorse. Significa non investire sul futuro del nostro paese e delle nuove generazioni, significa non investire sulla nostra civiltà e decretare la nostra fine, accomodarci fra i paesi destinati ad essere il fanalino di coda nello scenario europeo e mondiale.
Ed eccole, al lato opposto della cattedra, le conseguenze della ristrutturazione scolastica: la riduzione del personale renderà impossibile soddisfare tutte le richieste di attivazione delle sezioni nelle scuole d'infanzia, mentre, in quella primaria, non sarà possibile garantire sempre il tempo pieno e, a causa del taglio di 12 mila docenti specializzati nell'insegnamento dell'inglese, a insegnare la lingua straniera saranno i maestri unici, forti di un corso di appena 150 ore. Sarà inoltre limitata la compresenza dei docenti; nella scuola media saranno ridotte le ore dedicate alle materie letterarie e tecnologiche, mentre agli alunni che non si avvalgono dell’insegnamento della religione cattolica non sarà garantita la possibilità di usufruire di attività formative alternative. Infine, i corsi per gli adulti – che oggi rappresentano una forma di riscatto e riqualificazione per molti soggetti espulsi dal mondo del lavoro perché non abbastanza qualificati – subiranno un drastico depotenziamento, per via della riduzione di ben 1.500 posti di insegnamento. Per l’edilizia scolastica, che aveva forte necessità di interventi di ristrutturazione, non sono stati ripristinati i 25 milioni stanziati dal governo Prodi. Di contro, l’aumento del numero degli alunni per classe renderà più difficile garantire le norme di sicurezza nelle aule.
A fronte di tutto questo, la recente emanazione del decreto interministeriale sugli organici – il cosiddetto “Decreto salvaprecari” – non salvaguarda né posti di lavoro, né, tantomeno, la risorsa docente nelle nostre scuole. Per di più, la scelta del Governo di accordarsi con le singole regioni affinché integrino con risorse proprie le indennità di disoccupazione previste, altro non è che un tentativo di scaricare sulle Regioni il costo sociale di questa scelta, la cui responsabilità ricade pienamente sul Governo: in un sistema d’istruzione nazionale le risorse delle Regioni devono essere aggiuntive e mai sostitutive. Il rischio di questo stratagemma è quello di creare un'itruzione di serie A, nelle Regioni più ricche, e una di serie B, in quelle più povere, con una palese disparità nell'accesso e nel diritto allo studio.
La mozione del Partito Democratico chiede perciò al Governo l'impegno a predisporre un piano straordinario con risorse aggiuntive che abolisca i tagli previsti dall’art. 64 del DL112 del 2008, all’immissione in ruolo per docenti e personale Ata così come previsto dalla Finanziaria del 2007 del Governo Prodi (150.000 docenti e 130.000 Ata in tre anni). Abbiamo chiesto inoltre l'introduzione di un’indennità di disoccupazione per 2 anni (pari al 60% per il primo anno e al 50% per il secondo) ai precari che hanno lavorato per almeno 180 giorni nell’anno scolastico 2008/2009; l'incremento degli organici del personale Ata, il cui numero ridotto rende impossibile l’apertura di molti plessi e scuole; la garanzia che gli eventuali accordi regionali per il precariato mantengano criteri d’intervento e di applicazione unitari e che, con la massima urgenza, venga discusso al tavolo della Conferenza unificata Stato/Regioni uno schema unico di Convenzione, che assicuri garanzie per tutto il personale precario della scuola.
Gli interventi a sostegno del precariato dovranno inoltre rispondere all’esigenza di innalzare la qualità dell’offerta formativa, favorire l’innovazione didattica e l’aggiornamento degli insegnanti, ripristinare il tempo scuola e l’insegnamento individuale, garantire gli insegnamenti alternativi all’ora di religione e contrastare la dispersione scolastica, facendo sì che gli accordi Stato/regioni siano indirizzati a qualificare l’offerta formativa territoriale e che siano garantite alle scuole continuità didattica e autonomia alle scuole, nel rispetto delle norme nazionali."


23 / 09 / 2009



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