Sartiglia 2009: la storia

4 febbraio 1543: è l’anno di nascita della Sartiglia. La data, come riportano gli autori Raimondo Zucca e Maura Falchi nel testo Storia della Sartiglia di Oristano, è convenzionalmente accettata dagli storici, ma il realtà non esiste nessun certificato anagrafico che possa confermarlo.
L’attribuzione della Sartiglia al lascito del canonico Giovanni Dessì è divenuta la tradizione accreditata, ma i documenti scivolano in un ginepraio di ipotesi, date e racconti. L’ultima scoperta risale a nemmeno un anno fa, grazie al lavoro all’archivista Ilaria Urgu: in un prezioso documento dell’archivio cittadino, datato 1546, è riportata la notizia di una lira e quattro soldi spesi per la fornitura di un drappo di tessuto nero come premio per la Sortilla. Non ci sono prove scientifiche che possano documentare che il toneo si sia disputato ogni anno da quella data, ma di certo si può affermare che la Sartiglia di Oristano è l’ultima corsa all’anello che si perpetui in Sardegna e una delle rarissime che ancora si svolgono in Europa.

La giostra equestre è organizzata dai due gremi dei contadini e dei falegnami, che curano rispettivamente il torneo della domenica e del martedì.
Il gremio dei contadini è posto sotto la protezione di San Giovanni Battista, il cui culto è tenuto nella chiesa rurale di San Giovanni ‘e foras, ad ovest del cimitero di Oristano.
Quello dei falegnami invece si consacra a San Giuseppe, venerato in special modo nella seconda cappella sinistra del Duomo.
L’anno, per il Gremio dei contatini, inizia il 24 giugno, giorno in cui si celebra la festa di San Giovanni.
Nella casa dell’operaio majore uscente, la sera prima, si celebra il rito della chiusura dell’anno: il presidente attraversa l’uscio di casa sotto una pioggia di grano e fiori e saluta la folla abbassando la bandiera di rappresentanza che ha custodito per dodici mesi. Quindi sale su un trattore e in corteo, preceduto dalle launeddas, arriva alla chiesa di San Giovanni dove si celebra la messa e si svolge un banchetto nel cortile retrostante. L’indomani, viene investito ufficialmente il nuovo presidente: anche in questo caso il rito sacro viene accompagnato e seguito da una festa pagana.
Per il Gremio dei falegnami, invece, è il 18 marzo, la vigilia di San Giuseppe, la data che sancisce l’inizio del nuovo corso e il cambio al vertice.

L’altra data che scandisce il calendario della Sartiglia è identica per entrambi: il presidente di ciascun gremio investe il capo corsa il 2 febbraio, il giorno della candelora. La solennità del cerimoniale è emozionante, come testimoniano le lacrime del cavaliere quando riceve il cero che è stato benedetto durante la messa del mattino.
Dopo aver visitato le scuderie di tutti i cavalieri, e donato loro una bottiglia di vernaccia, su componidori attende a casa del presidente il gruppo dei tamburini e trombettieri che lo scorteranno fino al luogo della vestizione.
Il rito è scandito dal suono dei tamburi, con passi diversi che accompagnano ogni fase e ogni gesto delle massaieddas.
Chi sovrintende tutti i momenti della vestizione è sa massaia manna, la moglie del presidente del gremio.
L’istante più toccante, soprattutto per il protagonista e i familiari, viene vissuto quando il cavaliere perde la sua identità per scomparire dietro la maschera di Su Componidori.
La maschera è anche uno degli elementi che distinguono il capocorsa della domenica da quello del martedì. Quella del gremio dei contadini è scura, in legno.
Quella dei falegnami in ceramica, chiara. I colori dei nastri che stringono la camicia sono rossi per i contadini, rosa e celesti per i falegnami. Colori che si ripetono anche nella camelia appuntata alla camicia: rossa per la domenica, rosa per il martedì.
Entrambi indossano una giubba di pelle, chiamata coiettu: ma mentre la domenica è legato da lacci in cuoio, il martedì sono borchie argentee a forma di cuore a chiudere il corpetto. Negli ultimi anni si è aggiunta la tradizione di realizzare anche la bardatura del cavallo con rosette che riportano i colori del gremio.
La giostra equestre che secondo la tradizione si corre da cinque secoli, originariamente era una sfida tra il capo corsa, su componidori, e il suo aiutante di campo, su segundu. Il teatro della corsa alla stella è la via Duomo. Sotto il nastro verde, dove è appesa la stella, si svolge il rito dell’incrocio.
Quindi comincia la sfida: infilzare la stella con la spada. Prima della chiusura, la gara i rinnova, tra il capo corsa e su segundu, con su stoccu. La prova poteva essere ripetuta dai quei pochi cavalieri cui Componidori concedeva le spade. Fino alla prima metà del ‘900 a calcare la via duomo erano appena dodici, massimo sedici fortunati. Solo negli anni 80’ sono aumentati i cavalieri e anche le discese. Ma la consegna delle spade in piazza sant’antonio resta un momento delicato, che conserva ancora oggi un’importanza cultuale. Chiude la corsa alla stella Sa remada, la discesa che Su componidori, sdraiato sul dorso del cavallo in corsa, compie mentre con un braccio benedice la folla. Il passo delle bacchette accompagna su componidori nella risalita di via duomo verso la partenza di piazza Manno. Quindi la corsa sfrenata, fino alla curva di San Francesco.

Mentre il corteo sfila per raggiungere la via Mazzini, dove si svolgono le pariglie, si fanno i conti con le stelle colte: alla giostra equestre è infatti legato l’aspetto propiziatorio. Secondo un racconto ormai accreditato, le acrobazie a cavallo erano eseguite dal popolo che non poteva partecipare al torneo, concesso solo ai nobili della città.
Così come nel corso di tutti gli eventi che precedono la manifestazione vera e propria, l’aspetto sacro, religioso, e quello pagano, superstizioso, s’intrecciano fino a fondersi in un quadro mistico di esaltazione che riesce a modificare per due giorni il sentire comune di tutti gli oristanesi.
E quando il martedì sera, all’imbrunire, sulla sabbia, restano i coriandoli a ricordare che la Sartiglia è finita, la malinconia assale il cuore in una stretta morsa.

la mattina della giostra
festa nella scuderia del capocorsa Andrea Brai
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