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Ritrovati dopo 100 anni


Salvatore Meloni aveva 23 anni quando, nel 1908, lasciò Narbolia per emigrare in Argentina, prima a Buenos Aires, poi a Rosario. Per trent’anni ci fu una fitta corrispondenza con il fratello, poi arrivò una lettera con queste parole: devo lasciare la città, vi farò sapere il nuovo indirizzo. Quella fu l’ultima lettera. I parenti iniziarono subito le ricerche, attraverso il consolato italiano, ma Salvatore Meloni risultava inesistente. Margherita Meloni, la nipote, non ha mai perso la speranza di ritrovare lo zio d’america. Dopo settanta anni di ricerche e cento anni di separazione, il caso ha ricongiunto i parenti della seconda generazione: un’impiegata alle poste di Narbolia, amica della famiglia Meloni, ha sentito che un collega siglava una lettera dall’Argentina. Da lì sono ricominciate le ricerche: era il certificato di morte di Salvatore Meloni e chi lo spediva erano i figli. Margherita ha così ritrovato i cugini: per un anno si sono sentiti via mail. Lunghe lettere nelle quali hanno ricostruito le vicende dello zio d’America e collocato finalmente l’ultimo pezzo del puzzle.
I cugini americani abitano a 1200 chilometri dal mare, nel nord dell’Argentina, in una regione, il Ciako, dove i campi di cotone, l’oro bianco inseguito dal padre, sono circondati ancora dalle popolazioni indigene. Indescrivibile l’emozione provata arrivando in Sardegna: sono abituati ad altre dimensioni e sono rimasti affascinati dalle viuzze strette e arroccate tipiche dei paesini isolani. Ora tocca ai cugini di Narbolia affrontare il lungo viaggio e scoprire l’altra dimensione.


17 / 02 / 2008



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Il canto delle sirene

Noi non vogliamo ascoltare. Non è che non possiamo. Non vogliamo perché non ne abbiamo il coraggio. È molto più

facile vivere protetti dalle abitudini e dal conformismo. Pensare attraverso concetti preconfezionati e con le categorie

dei gruppi. Perché se solo proviamo ad ascoltare, ci sembra di precipitare. Se ascoltiamo la nostra testa, ci sembra di

perderci. Eppure lei avrebbe qualcosa da dirci. Ma ci sconvolgerebbe. Allora meglio mettere sempre gli auricolari con

un po’ di musica. O accendere la televisione appena si rientra a casa. Perché il silenzio ci fa paura. Non sappiamo cosa

abbiamo dentro. Siamo sempre in bilico sull’orlo della follia. Ma è molto meglio perdersi nel labirinto dei propri pensieri,

che stare a galla su un mare di cemento finto. È inutile ascoltare il canto delle sirene legati all’albero maestro, come

Ulisse. O mettersi i tappi come i suoi marinai, e non ascoltare affatto. Dobbiamo ritrovare il coraggio di toglierci i

tappi e stare con le braccia libere al vento, per godere appieno della libertà della creazione, accogliere l’irrazionale e farcelo scivolare nelle vene. E così, forse, non saremo più un numero.

Ma un individuo.


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