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Riflessioni sulla tolleranza


Tolleranza: in questi giorni questa parola è stata evocata, storpiata, abusata, rubata, saccheggiata. Dietro questa parola si sono nascosti politici, che sfruttano sempre l’onda per cavalcare il pensiero di massa; studenti, che hanno bisogno soprattutto di farsi sentire; religiosi, che non perdono occasione di accusare.

Si è dato un peso enorme a un episodio che poteva finire lì dov’era iniziato, se l’eco mediatica non avesse ingrandito, dietro la lente delle prime pagine e dei titoli gridati, dando l’occasione agli opportunisti di schierasi dietro questa parola.

Se di tolleranza si parla, non c’è bisogno di accusare, perché l’accusa è già una manifestazione di intolleranza, sia da una parte che dall’altra.

Tolleranza non è libertà di azione, semmai concessione di libertà agli altri: di pensare, prima di tutto.

Vale la pena ricordare la Lettera sulla tolleranza che scrisse il filosofo John Locke, che distinse tra le competenze dell’autorità civile e quelle dell’autorità religiosa e sottolineò come anche il rapporto tra le varie Chiese dovesse ispirarsi al dovere della tolleranza. Nessuna di esse può infatti vantare alcun diritto sulle altre, giacché «ogni chiesa è ortodossa per se stessa, ed erronea o eretica per le altre». Il conflitto sorge solo se non si rispettano i limiti delle proprie competenze. Questo è purtroppo quanto accade - scrive Locke - nel caso dei cattolici, i quali vanno esclusi, insieme agli atei, dal campo di chi può beneficiare della tolleranza del sovrano. I cattolici perché la loro sottomissione al Papa è un vero e proprio passaggio ad un sovrano straniero e questo non può essere tollerato, nella misura in cui, sono i cattolici che si rifiutano di rispettare gli altri. Gli atei invece perché l’ateismo compromette i presupposti di qualsiasi convivenza civile.


21 / 01 / 2008



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