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Riccardo III al Teatro Garau di Oristano


Eclettico, esilarante e allo stesso tempo poetico, di una poesia indimenticabile, perché affonda dentro lo stomaco e non ti lascia più. Ma soprattutto, estremamente attuale. Chi pensava di sedersi sulle poltrone del Teatro Garau e assistere all’ultima tragedia della tetralogia di Shakespeare sulla storia inglese, è stato di sicuro sorpreso. La storia dolorosa della guerra delle due Rose tra le famiglie di Lancaster e di York, non mancava; così come ogni delitto commesso da Riccardo, duca di Gloucester, dal corpo deforme, emblema del marcio che lo corrompe dall’interno.
Ma la satira in alcuni momenti era così vicina alla nostra quotidianità, che la reazione del pubblico – risate viscerali e rumorose, impossibile trattenerle- era più simile a quella che di solito suscita una commedia.
Il Riccardo III della produzione Teatro delle Briciole, con la regia, l’ideazione scenica e l’adattamento di Jurij Ferrini, ha inaugurato la stagione di prosa del Teatro di Oristano.
Jurij Ferrini, che nel 2003 ha vinto il premio Eti-Olimpici del Teatro come giovane attore emergente, è anche l’interprete del protagonista, un Riccardo III assetato di potere, che commette ogni efferatezza pur di conquistare la corona d’Inghilterra. Ma il lato oscuro di Riccardo III in realtà è quello che si nasconde dentro ogni esser umano, dimostrazione lampante del fatto che non esistono il male e il bene come due astrazioni separate.
Lato oscuro presente soprattutto nei politici di ogni tempo: la recitazione dei versi di Shakespeare è studiata per evocare personaggi protagonisti dell’oggi, alleggerita da stacchi musicali altrettanto contemporanei e balletti in stile tutine di Zelig, con una perfetta contaminazione di stili, generi e registri linguistici, senza intaccare per questo il Maestro, il poeta Shakespeare.


10 / 12 / 2007



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Noi non vogliamo ascoltare. Non è che non possiamo. Non vogliamo perché non ne abbiamo il coraggio. È molto più

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dei gruppi. Perché se solo proviamo ad ascoltare, ci sembra di precipitare. Se ascoltiamo la nostra testa, ci sembra di

perderci. Eppure lei avrebbe qualcosa da dirci. Ma ci sconvolgerebbe. Allora meglio mettere sempre gli auricolari con

un po’ di musica. O accendere la televisione appena si rientra a casa. Perché il silenzio ci fa paura. Non sappiamo cosa

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che stare a galla su un mare di cemento finto. È inutile ascoltare il canto delle sirene legati all’albero maestro, come

Ulisse. O mettersi i tappi come i suoi marinai, e non ascoltare affatto. Dobbiamo ritrovare il coraggio di toglierci i

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