Parco dei Suoni: quale futuro?
Prima era una cava di arenaria. Poi, dopo essere stata abbandonata, si è trasformata in una discarica. Due architetti, Alberto Loche e Pierpaolo Perra, l’hanno trasformata in un’opera d’arte. Con un intervento di recupero e valorizzazione che è durato dieci lunghi anni. È il Parco dei suoni di Riola, nel centro ovest della Sardegna, a pochi metri dal mare. L’estate scorsa ha ospitato la rassegna jazz Musiche nel Sinis e alcune proiezioni dell’Asuni film festival.
Ma non è ancora finita. I progettisti vorrebbero ancora intervenire, fondi permettendo, per completare la struttura, sia con un anfiteatro per accogliere il pubblico di eventuali concerti, sia con l’allestimento di mostre attinenti naturalmente con il suono.
Perché è il suono –silenzio il protagonista: quando si poggiano i piedi per la prima volta sul suolo sterrato del Parco, si ha la sensazione di entrare in un altra dimensione. I tagli nella pietra di arenaria sembrano sculture di un artista. Invece è la natura che ha creato questo paesaggio allo stesso tempo straniante e confortevole.
La predisposizione per la diffusione del suono è già pronta. Nelle intenzioni dei progettisti c’è anche l’idea di allestire esposizioni permanenti e temporanee, su strumenti, percussioni o comunque opere legate alla musicalità, affinché in Parco dei suoni si davvero un opera d’arte vissuta dalla popolazione e non un museo lasciato a se stesso, che si consuma e rovina in una lenta agonia. Finora non è stata assunta nemmeno una persona per la manutenzione. Dopo tanti sforzi intellettuali ed economici, il rischio è che l’ex cava sia ricoperta dall’erbaccia. Il problema, come sempre, sono gli amministratori. Staremo a vedere se entro l’estate riusciranno a smentirci.
15 / 02 / 2008