Mostra personale della pittrice Rita Fais
Le ricchezze del sottosuolo, la vitalità della donna sarda, le canne al vento della Deledda, e ancora, le rovine di Tharros e il potere inebriante della vernaccia, simile all’ebbrezza che suscita la donna: i quadri di Rita Fais, al confine con la scultura per la matericità palpabile degli elementi, sono quasi un inno alla Sardegna. La personale della pittrice è esposta nelle splendide sale dell’antico palazzo Arquer, nel centro storico di Oristano. L’edificio rimane un po’ nascosto, perciò la rivelazione, una volta entrati, è ancor più coinvolgente, quando, davanti alla prima opera, si contempla l’albero della vita, dove Rita Fais esprime la sua concezione non solo dell’esistenza ma anche del rapporto uomo donna. Nata a Bonarcado, dopo i primi studi in Belgio a 16 anni è tornata in Sardegna, a Oristano. E da allora la sua terra d’origine è diventata, come in un capovolgimento della fiaba di Peter Pan, l’isola che c’è, il paradiso terrestre. E di questo paradiso la Fais restituisce non solo le immagini, ma anche la materia, utilizzando nelle sue composizioni il sale, l’ossidiana, l’oro e l’argento, il talco di Orani, il carbone e l’alabastro. Nel percorso espositivo, anche una piccola scultura plasmata durante l’infanzia: un busto di donna senza testa e senza braccia, perché - spiega - spesso alla donna è vietato pensare e agire. 30 settembre 2007
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Dietro il sipario. Un romanzo che comunica attraverso il linguaggio delle emozioni, per cercare di raggiungere la sfera irrazionale e ultrasensibile del lettore. Nelle pagine emerge la riflessione sulla fine dell'esistenza, ma vengono affrontate anche le diverse modalità con le quali gli esseri umani tentano di rispondere e reagire al male di vivere. Non si può scegliere di nascere ma si può scegliere di morire. Se vuoi leggere in anteprima i primi capitoli, o acquistarlo, clicca qui
Il canto delle sirene
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Noi non vogliamo ascoltare. Non è che non possiamo. Non vogliamo perché non ne abbiamo il coraggio. È molto più
facile vivere protetti dalle abitudini e dal conformismo. Pensare attraverso concetti preconfezionati e con le categorie
dei gruppi. Perché se solo proviamo ad ascoltare, ci sembra di precipitare. Se ascoltiamo la nostra testa, ci sembra di
perderci. Eppure lei avrebbe qualcosa da dirci. Ma ci sconvolgerebbe. Allora meglio mettere sempre gli auricolari con
un po’ di musica. O accendere la televisione appena si rientra a casa. Perché il silenzio ci fa paura. Non sappiamo cosa
abbiamo dentro. Siamo sempre in bilico sull’orlo della follia. Ma è molto meglio perdersi nel labirinto dei propri pensieri,
che stare a galla su un mare di cemento finto. È inutile ascoltare il canto delle sirene legati all’albero maestro, come
Ulisse. O mettersi i tappi come i suoi marinai, e non ascoltare affatto. Dobbiamo ritrovare il coraggio di toglierci i
tappi e stare con le braccia libere al vento, per godere appieno della libertà della creazione, accogliere l’irrazionale e farcelo scivolare nelle vene. E così, forse, non saremo più un numero.
Ma un individuo.
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