Milena Agus, La contessa di ricotta
Impossibile non rimanere affezionati ai suoi personaggi. Quando si arriva all’ultima pagina, si rimane delusi perchè si vorrebbe continuare a sapere qualcosa sulla loro vita. Solo che il romanzo di Milena Agus, La contessa di ricotta, non è un romanzo come un altro. Non c’è una trama vera e propria e perciò non c’è una vera e propria fine. Le pagine rappresentano piuttosto uno spaccato di vita umana, la vita delle tre sorelle e degli altri personaggi che ruotano intorno ad esse come satelliti. E la vita è quella vera, dove non ci sono tanti lieti fine nè deus ex machina che risolvono i problemi all’ultimo. Però proprio in questo essere normali, Noemi Maddalena e la contessa di ricotta, ti affascinano, ti catturano, ti fanno sorridere. Più di una volta mi sono ritrovata a ridere sul divano con il libro in mano. E non riesci nemmeno a innamorarti di più di un personaggio piuttosto che un altro. In certi momenti è Noemi, l’eterna zitella, che cattura la simpatia del lettore. In altri è Maddalena, la mamma mancata, che alleva il gatto come un figlio e cerca sempre il marito per procreare, che provoca tenerezza. La vera protagonista che dà il titolo al libro e della quale non si saprà mai il vero nome, chiamata in tutto il romanzo la contessa di ricotta, certe volte resta in secondo piano, ma anche lei, quando l’autrice ne descive le gesta, i pensieri, le emozioni, entra facilmente nel cuore del lettore e difficilmente ne esce. Tutto il romanzo è attraversato anche da una sorta di fatalismo, con il quale si cerca così di dare una spiegazione del male:
Quando la governante ha portato Elias come fidanzato, pensavano a un disegno positivo. Un premio divino per la loro buona azione. Pensavano che si erano sbagliati e la contessa aveva ragione in tutto e il fidanzato di Noemi ne era la prova e anche Maddalena e Salvatore, che con la governante erano buoni, magari avrebbero avuto il loro premio e sarebbe arrivato un figlio. Il bene che trionfa sul male. Invece la vita è tutto un miscuglio di male e bene e una volta ha la meglio l’uno e una volta l’altro e così all’infinito.
26 / 02 / 2010
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Biografia
Milena Agus è nata a Genova e vive a Cagliari dove insegna italiano e storia in un istituto tecnico. Con nottetempo ha pubblicato Mentre dorme il pescecane (2005) mal di pietre (2006), Ali di babbo (2008) e, nella collana i sassi, Perchè scrivere (2008). I suoi libri sono tradotti in una ventina di lingue.
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Dietro il sipario. Un romanzo che comunica attraverso il linguaggio delle emozioni, per cercare di raggiungere la sfera irrazionale e ultrasensibile del lettore. Nelle pagine emerge la riflessione sulla fine dell'esistenza, ma vengono affrontate anche le diverse modalità con le quali gli esseri umani tentano di rispondere e reagire al male di vivere. Non si può scegliere di nascere ma si può scegliere di morire. Se vuoi leggere in anteprima i primi capitoli, o acquistarlo, clicca qui
Il canto delle sirene
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Noi non vogliamo ascoltare. Non è che non possiamo. Non vogliamo perché non ne abbiamo il coraggio. È molto più
facile vivere protetti dalle abitudini e dal conformismo. Pensare attraverso concetti preconfezionati e con le categorie
dei gruppi. Perché se solo proviamo ad ascoltare, ci sembra di precipitare. Se ascoltiamo la nostra testa, ci sembra di
perderci. Eppure lei avrebbe qualcosa da dirci. Ma ci sconvolgerebbe. Allora meglio mettere sempre gli auricolari con
un po’ di musica. O accendere la televisione appena si rientra a casa. Perché il silenzio ci fa paura. Non sappiamo cosa
abbiamo dentro. Siamo sempre in bilico sull’orlo della follia. Ma è molto meglio perdersi nel labirinto dei propri pensieri,
che stare a galla su un mare di cemento finto. È inutile ascoltare il canto delle sirene legati all’albero maestro, come
Ulisse. O mettersi i tappi come i suoi marinai, e non ascoltare affatto. Dobbiamo ritrovare il coraggio di toglierci i
tappi e stare con le braccia libere al vento, per godere appieno della libertà della creazione, accogliere l’irrazionale e farcelo scivolare nelle vene. E così, forse, non saremo più un numero.
Ma un individuo.
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