Lettera aperta dei lavoratori del Consorzio Uno, università Oristano
L'Università oristanese si avvia lentamente verso il declino nell'indifferenza generale?
Noi lavoratori, impegnati quotidianamente a garantire i servizi, siamo preoccupati per il nostro futuro, ma anche per la difesa di un importante presidio culturale.
Per anni le forze politiche e sociali della città hanno condotto una battaglia per la nascita dell'università a Oristano.
Oggi non vediamo lo stesso impegno nella difesa di una risorsa che è culturale, strategica, economica.
I numeri della presenza universitaria oristanese sono noti. I corsi, alcuni unici nel loro genere, il numero dei laureati, gli iscritti, i lavoratori.
L'università genera ricchezza culturale ed economica, qualifica la città aiutandola a ritagliarsi quel ruolo guida nel territorio di cui spesso si parla, ma per il quale non si vedono grandi risultati.
Oristano è disposta a rinunciare a tutto questo?
Nel mese di marzo quando fu organizzata un'assemblea pubblica per manifestare la nostra preoccupazione molti politici oristanesi assicurarono la loro presenza e garantirono il loro impegno.
Dove sono oggi?
Abbiamo saputo di una riunione convocata recentemente per discutere della crisi in atto.
Decisioni? Fatti?
Da marzo ad oggi l'organico si è ridotto di 5 unità, l'orario di lavoro e gli stipendi sono stati tagliati drasticamente.
Abbiamo affidato queste riflessioni ad una nota che la stampa locale ha cortesemente pubblicato.
Risposte? Riflessioni? Interventi?
Niente. Dobbiamo pensare che le promesse di marzo si siano sciolte al caldo estivo?
Non basta dire faremo, vedremo, ci impegneremo.
Occorrono atti concreti prima che sia troppo tardi ed è necessario un impegno tangibile e diretto degli Enti (Comune e Provincia per primi) soci del Consorzio UNO: credono ancora nell'Università?
E' vero siamo in un periodo di crisi e si devono razionalizzare le risorse, indirizzarle verso realtà produttive, efficienti e strategiche. E allora a maggior ragione occorre credere nell'Università e investire, politicamente e finanziariamente, così come si fa per tanti altri enti e società non sempre del tutto virtuose.
Non vogliamo fare guerre tra poveri ma ci chiediamo come sia possibile che ogni anno le istituzioni spendano centinaia di migliaia di euro (soldi pubblici, di noi cittadini) per altre iniziative e non stanzino nemmeno un euro per una realtà come quella universitaria che invece da anni è un vanto per Oristano e la provincia, forma laureati e garantisce servizi.
Restiamo in attesa dei fatti ai quali finora nessuno ha dato forma, in particolar modo attendiamo la divisione del fondo regionale, fiduciosi che sia finalmente La risposta concreta, e chiediamo al Consiglio comunale, al Consiglio provinciale, alla Camera di commercio, di discutere e decidere se sostenere economicamente (e non più solo a parole) l’Università a Oristano.
L’alternativa, in un futuro neanche molto remoto, è la chiusura.
I lavoratori del Consorzio UNO
15 / 10 / 2009
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Il canto delle sirene
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Noi non vogliamo ascoltare. Non è che non possiamo. Non vogliamo perché non ne abbiamo il coraggio. È molto più
facile vivere protetti dalle abitudini e dal conformismo. Pensare attraverso concetti preconfezionati e con le categorie
dei gruppi. Perché se solo proviamo ad ascoltare, ci sembra di precipitare. Se ascoltiamo la nostra testa, ci sembra di
perderci. Eppure lei avrebbe qualcosa da dirci. Ma ci sconvolgerebbe. Allora meglio mettere sempre gli auricolari con
un po’ di musica. O accendere la televisione appena si rientra a casa. Perché il silenzio ci fa paura. Non sappiamo cosa
abbiamo dentro. Siamo sempre in bilico sull’orlo della follia. Ma è molto meglio perdersi nel labirinto dei propri pensieri,
che stare a galla su un mare di cemento finto. È inutile ascoltare il canto delle sirene legati all’albero maestro, come
Ulisse. O mettersi i tappi come i suoi marinai, e non ascoltare affatto. Dobbiamo ritrovare il coraggio di toglierci i
tappi e stare con le braccia libere al vento, per godere appieno della libertà della creazione, accogliere l’irrazionale e farcelo scivolare nelle vene. E così, forse, non saremo più un numero.
Ma un individuo.
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