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La Sartiglia di Elisabetta Sechi


Una Sartiglia come non si vedeva da tempo. Una Sartiglia che scalda gli animi e fa emozionare. Una Sartiglia che ha portato in piazza tutti gli oristanesi per festeggiare la regina del martedì che con coraggio, abilità, eleganza e forza d’animo, ha condotto tutta la giostra, senza nessuna caduta di stile e nessun ostacolo, perché la sua figura, prima di tutto, suscitava rispetto.

La folla in strada, nei balconi, e perfino sui tetti, ha acclamato Elisabetta Sechi in tutte le fasi della Sartiglia. Le prime lacrime sono comparse in scuderia, al momento di salutare i compagni di pariglia, il cavallo e gli amici più intimi. Anche davanti alla casa del presidente Mauro Licheri, Elisabetta si è dovuta far spazio tra la folla che la attendeva con trepidazione.

Un tripudio poi, durante la vestizione: i cori “evviva su componidori” risuonavano in continuazione e hanno accompagnato tutta la cerimonia.

Qualcuno ha detto che erano anni che non si vedeva una partecipazione così calorosa. E infatti il bagno di folla è arrivato ben prima di via Duomo. Lungo tutto il percorso della sfilata, in ogni angolo, c’erano due ali di pubblico festante ad accoglierla.

E quando nel cortile di casa Pruneddu, verso sera, le massaieddas hanno tolto la maschera a Cumponidori, è stato difficile per tutti trattenere le lacrime.

17 / 02 / 2010



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Il canto delle sirene

Noi non vogliamo ascoltare. Non è che non possiamo. Non vogliamo perché non ne abbiamo il coraggio. È molto più

facile vivere protetti dalle abitudini e dal conformismo. Pensare attraverso concetti preconfezionati e con le categorie

dei gruppi. Perché se solo proviamo ad ascoltare, ci sembra di precipitare. Se ascoltiamo la nostra testa, ci sembra di

perderci. Eppure lei avrebbe qualcosa da dirci. Ma ci sconvolgerebbe. Allora meglio mettere sempre gli auricolari con

un po’ di musica. O accendere la televisione appena si rientra a casa. Perché il silenzio ci fa paura. Non sappiamo cosa

abbiamo dentro. Siamo sempre in bilico sull’orlo della follia. Ma è molto meglio perdersi nel labirinto dei propri pensieri,

che stare a galla su un mare di cemento finto. È inutile ascoltare il canto delle sirene legati all’albero maestro, come

Ulisse. O mettersi i tappi come i suoi marinai, e non ascoltare affatto. Dobbiamo ritrovare il coraggio di toglierci i

tappi e stare con le braccia libere al vento, per godere appieno della libertà della creazione, accogliere l’irrazionale e farcelo scivolare nelle vene. E così, forse, non saremo più un numero.

Ma un individuo.


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