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La Corsa degli scalzi, nel Sinis


Per la prima volta, l'arcivescovo di Oristano ha celebrato la messa nella chiesa di Santa Maria, a Cabras, in onore di San Salvatore. La funzione, officiata da Monsignor Ignazio Sanna, ha dato il via così alla tradizionale cerimonia della corsa degli scalzi, che ogni anno si rinnova nel primo sabato di settembre. 800 uomini, rigorosamente di Cabras, vestiti con il solo saio bianco e senza scarpe, hanno riempito tutti i banchi, trasformando la chiesa in un quadro suggestivo ed emozionante. In silenzio, in processione, sono usciti nel sagrato, accompagnati dai botti e dal calore del pubblico, persone che assistono alla manifestazione sia per motivi religiosi che, semplicemente, per adesione irrazionale ed emotiva a un rito che è anche pagano: tantissimi cabraresi, soprattutto donne, che accorrono per ammirare le gesta di figli, mariti, babbi, fidanzati, fratelli, nonni. Ma anche cittadini dei dintorni della provincia di Oristano, ormai affezionati alla corsa che si ripete da secoli. All'uscita del paese, prima del ponte, la camminata silenziosa si trasforma, all'improvviso, all'urlo di Evviva Santu Sabradori, in una corsa, prima lungo l'asfalto, poi nella strada sterrata, fino all'arrivo nel villaggio di San Salvatore. Ogni anno nel pubblico, subito dopo la partenza del corteo, sale la frenesia: l'obbiettivo è arrivare in tempo al villaggio, per vedere questo fiume bianco che attraversa la campagna e giunge, tra le urla, il sudore e le lacrime, nella chiesetta di San Salvatore. Le origini della corsa degli scalzi sono misteriose, e s'intrecciano con elementi sacri e profani. Una delle legende narra che nel 1506, durante l'ennesima incursione dei barbari, mentre gli uomini difendevano le coste, le donne avrebbero portato in salvo il santo nel villaggio, il novenario dove i contadini trovavano ristoro nei giorni lavorativi. Un'altra legenda riferisce come, la polvere sollevata lungo il percorso durante il trasporto del santo, avesse messo in fuga il nemico prima della battaglia. Nulla è certo, ma forse, proprio perché avvolta nel mistero, la corsa degli scalzi riesce sempre e muovere le corde remote dell'anima. 06 / 09 / 2008


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Il canto delle sirene

Noi non vogliamo ascoltare. Non è che non possiamo. Non vogliamo perché non ne abbiamo il coraggio. È molto più

facile vivere protetti dalle abitudini e dal conformismo. Pensare attraverso concetti preconfezionati e con le categorie

dei gruppi. Perché se solo proviamo ad ascoltare, ci sembra di precipitare. Se ascoltiamo la nostra testa, ci sembra di

perderci. Eppure lei avrebbe qualcosa da dirci. Ma ci sconvolgerebbe. Allora meglio mettere sempre gli auricolari con

un po’ di musica. O accendere la televisione appena si rientra a casa. Perché il silenzio ci fa paura. Non sappiamo cosa

abbiamo dentro. Siamo sempre in bilico sull’orlo della follia. Ma è molto meglio perdersi nel labirinto dei propri pensieri,

che stare a galla su un mare di cemento finto. È inutile ascoltare il canto delle sirene legati all’albero maestro, come

Ulisse. O mettersi i tappi come i suoi marinai, e non ascoltare affatto. Dobbiamo ritrovare il coraggio di toglierci i

tappi e stare con le braccia libere al vento, per godere appieno della libertà della creazione, accogliere l’irrazionale e farcelo scivolare nelle vene. E così, forse, non saremo più un numero.

Ma un individuo.


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