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Il testo critico di Gianluca Tedaldi


L’arte fotografica ha raggiunto nell’ultima decade un prestigio imprevedibile. Con la crisi dei sistemi visivi e dell’espressività tradizionale (cioè delle tecniche storiche come la pittura da cavalletto). La sua forza sta nell’obiettività, in quel suo accreditarsi come immagine “vera” in quanto ottenuta per via meccanica e con uno strumento non emozionato.
Come si vede, questa premessa mette in un certo senso avanti ragioni che sono opposte a quelle che garantiscono il successo delle fotografie di Sebastiano Messina.
L’artista, infatti, forza il mezzo riproduttivo propri in direzione della visionarietà. Questo fatto, di cercare la “difficoltà” del proprio strumento o linguaggio e, dopo averla individuata, non fuggirla od aggirarla ma farne un mezzo di incremento della propria intensità creativa costituisce uno dei più affascinanti enigmi della storia artistica. Non è un mistero che proprio dal contrasto di durezza marmorea e cedevolezza epidermica che le sculture berniniana della Galleria Borghese ricevono eterna ammirazione.
Nel caso di Messina, la “durezza” sarebbe ciò che nella nostra esistenza sembra essere un’implacabile determinismo delle cose, una materialità senza riscatto di tutti gli oggetti inanimati. L’artista si ribella: vuole cavare vita da ciò che appare inerte o sfruttato o troppo noto, banale. Vuole recuperare il mistero come per indicare che la segreta linfa della vita è solo discesa un poco sotto la superficie, non è spenta.
Il mistero, ciò che spaventa e rigenera alo stesso tempo è quindi in agguato ma non si offre che all’attenzione di chi sia sufficientemente puro dall’insaziabile avidità del posseder e del consumare che ci fa trasformare ogni epifania dell’esistente in merce.
Messina riporta alla patria originaria, alla loro funzione evocatrice quelle cose che meglio si prestano a una simile rigenerazione; le va a cercare nei luoghi dove la stratificazione della vita è più forte più spessa della polvere del moderno e agitato enciclopedismo turistico, che si contenta di nozioni, non cerca apparizioni.
Le immagini di Sebastiano Messina sono parti di un tutto che non può essere contenuto nel limite fisico dell’obiettivo; le cose si danno per allusione, anche per enigmi: come vaticini che interrogano il ricevente ma anche gli svelano qualcosa che aveva sotto lo sguardo ma non sapeva osservare.
Storico dell’Arte Gianluca Tedaldi


17 / 06 / 2009




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