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I manufatti del Museo unico regionale dell'arte tessile


La spiga del grano, come simbolo della vita. Il cervo, come allegoria della morte. L’uva, rappresentazione della prosperità. E ancora, donne che si prendono per mano, come nell’antico calendario anatolico.

É difficile rendere onore alla ricchezza delle sale del Museo unico regionale dell’arte tessile sarda a Samugheo. Proverò ugualmente a raccontarvi e descrivervi nei particolari i manufatti, invitandovi però a una visita di persona. Inaugurato nel 2002, accoglie ogni anno 3 mila 500 visitatori. All’ingresso, colpisce subito lo strumento fondamentale per realizzare i manufatti: un telaio in orizzontale originale del 700. Nel primo corridoio, sulla destra, sono esposti i costumi tradizionali di Samugheo da uomo e da donna: alcuni sono rielaborati sul modello antico, altri sono pezzi unici originali, sempre del ‘700. Alla fine del corridoio c’è l’accesso alla sala principale. Lungo tutto il perimetro troviamo la via del grano: teli che venivano usati di notte come coperte e di giorno per aiutare la lievitazione del pane. Al centro c’è un piano rialzato, dove sono esposte tantissime bisacce antiche, tra le più belle, perché usate nei giorni di festa. Una è piccolissima: veniva regalata ai bambini il giorno della prima comunione. Il tesoro più ricco, sia per la rarità che per la simbologia, è rappresentato dai tappeti usati per le cerimonie funebri, esposti al secondo piano.

Degli otto esemplari di tapinus ‘e mortu, cinque sono esposti nel museo di Samugheo. I simboli sono analoghi a quelli ritrovati negli affreschi delle case di Catal Huyuk, città nell’altopiano anatolico scoperta dall’archeologo James Mellaart ; ma analoghi anche a quelli che accompagnavano le cerimonie funebri dei nuragici, come ad esempio il cervo. La scoperta apre nuovi spiragli sui rapporti delle civiltà nuragiche con popoli asiatici e spiega così l’origine dei simboli riportati ancora oggi nei manufatti. Nel pieno centro di Samugheo, sopravvive l’unico laboratorio artigianale che non si è piegato alla logica industriale. Isabella Frongia porta avanti il lavoro che le fu insegnato dalla madre Susanna quando era ancora bambina, e per lei era soltanto un gioco. Da allora le sue mani scorrono veloci fra le trame del tessuto, tutti i muscoli del suo corpo sono coinvolti per poter realizzare, centimetro dopo centimetro, coperte, lenzuola, tende, cuscini. Ma anche oggetti più piccoli e moderni, come le custodie per i telefonini. Insieme a lei, artigiana instancabile, la madre Susanna, che non può staccarsi da quel telaio che è tutta la sua vita. Il laboratorio risale alla prima metà del ‘900 e può vantare pezzi unici che arredano case di tutto il mondo, come un tappeto commissionato per una casa in Olanda. Sono gli stranieri infatti quelli che più rimangono ammaliati dai manufatti, soprattutto quando vedono le due tessitrici all’opera. La visita guidata al museo poi stimola ulteriormente la curiosità, perché dietro quella che, per uno sguardo distratto, potrebbe sembrare una semplice coperta, si nasconde in realtà un mondo di significati.Come spiega nel suo libro Marialisa Saderi (Manufatti tessili e funebri in Sardegna), addetta alla cura e alla conservazione dei manufatti del museo. Tra poco uscirà un altro testo, che parlerà ancora di simbologia legata alla morte in Sardegna. 08 ottobre 2007



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