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Ghilarza, XXVI Mese della Cultura


Un concerto che si trasforma in dialogo, racconto e rievocazione: è Terra Musica, la performance che ha visto come protagonisti quattro grandi della musica italiana in occasione del XXVI Mese della cultura. Lo spazio scenico, è la torre Aragonese di Ghilarza. I testi, sono alcuni passi dalle lettere di Antonio Gramsci e le canzoni di Giovanna Marini, la celebre cantautrice che partecipò alla costituzione del nuovo canzoniere italiano. Il resto del quartetto che nei giorni scorsi ha riempito di specialità sonore il cuore del pubblico e le pietre dell'antica torre è composto da silvia Schiavoni, Giancarlo Schiaffini e Giorgio Baratta. La libertà espressiva caratterizza la voce della Schiavoni, che si muove senza soluzione di continuità tra la recitazione e il canto. A lei è stato affidato il compito di evidenziare lo straripamento della scrittura di Antonio Gramsci nell'immaginazione audio visiva, perché, come scrisse il filosofo sardo, la musica è il linguaggio più universale esistente. Lo scrittore Giorgio Baratta, invece, ha messo a disposizione la sua voce per la prosa del saggio di Salvatore Mannuzzu, Le ceneri di Gramsi, in un continuo interscambio con le note del trombone e la poesia delle Lettere. Le voci sono state accompagnate dal trombone di Giancarlo Schiaffini, uno dei pionieri del free jazz dei primi anni 60. La protagonista indiscussa e acclamata era però lei, giovanna Marini, che negli sessanta faceva parte del gruppo di intellettuali di PierPaolo Pasolini e Italo Calvino, con i quali scoprì il canto sociale e la storia orale. Con un gruppo di musicisti provenienti da percorsi non tradizionali fondò la Scuola Popolare di testaccio a Roma. In quegli anni, incontrò i musicisti ideali del suo percorso: lo stesso Schiaffini, Michele Iannaccone e Eugenio Colombo. La sua esibizione è un dialogo tra voce e chitarra, dove la canzone s'intreccia con il racconto autobiografico, ma c'è spazio anche per la rievocazione dei cantastorie a lei cari, come la mitica Giovanna Daffini, di cui racconta l'aneddoto del provino in televisione. Alla fine di ogni canzone, applausi scroscianti, accolti umilmente con un mite sorriso. 30 / 09 / 2008



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Il canto delle sirene

Noi non vogliamo ascoltare. Non è che non possiamo. Non vogliamo perché non ne abbiamo il coraggio. È molto più

facile vivere protetti dalle abitudini e dal conformismo. Pensare attraverso concetti preconfezionati e con le categorie

dei gruppi. Perché se solo proviamo ad ascoltare, ci sembra di precipitare. Se ascoltiamo la nostra testa, ci sembra di

perderci. Eppure lei avrebbe qualcosa da dirci. Ma ci sconvolgerebbe. Allora meglio mettere sempre gli auricolari con

un po’ di musica. O accendere la televisione appena si rientra a casa. Perché il silenzio ci fa paura. Non sappiamo cosa

abbiamo dentro. Siamo sempre in bilico sull’orlo della follia. Ma è molto meglio perdersi nel labirinto dei propri pensieri,

che stare a galla su un mare di cemento finto. È inutile ascoltare il canto delle sirene legati all’albero maestro, come

Ulisse. O mettersi i tappi come i suoi marinai, e non ascoltare affatto. Dobbiamo ritrovare il coraggio di toglierci i

tappi e stare con le braccia libere al vento, per godere appieno della libertà della creazione, accogliere l’irrazionale e farcelo scivolare nelle vene. E così, forse, non saremo più un numero.

Ma un individuo.


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