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Catturato Arzu: era nella lista dei 30 latitanti più pericolosi d'Italia


“Siete stati bravissimi. Questa operazione non è certo un caso, ma frutto di un impegno sul territorio che dura da anni. A tutti voi va perciò il mio compiacimento”. Con queste parole, nella sede dei cacciatori di Sardegna di Abbasanta, il generale Carmine Adinolfi si è complimentato con i suoi uomini per l’operazione che ha portato alla cattura, nel 2009, dell’ottavo latitante. Si tratta di Raffale Arzu, trenta anni. È stato tradito dalla voglia di vedere la fidanzata e la figlia, nata sette mesi fa. Dopo due anni di appostamenti e controlli del territorio, ieri sera i militari hanno avuto la certezza che il latitante fosse lì, nell’abitazione di Talàna. Alle 17 è scattata l’operazione, condotta congiuntamente dai Ros, dai cacciatori di Sardegna e dai carabinieri della compagnia di Lanusei. Il capitano Dario Pini, comandante della compagnia Lanusei, ha raccontato come, dopo un breve tentativo di fuga, Arzu si sia consegnato tenendo le mani alzate e affermando “sono io..sono io..”. Prima ha cercato la fuga sul tetto, attraverso un lucernaio, poi, quando si è accorto d’essere circondato, è rientrato nell’abitazione e si è nascosto nel garage, dove i militari lo hanno catturato. Latitante da ben sette anni, su di lui pendevano tre ordini di cattura per associazione a delinquere finalizzata alla commissione di rapine a furgoni blindati. Insieme Raffale Arzu è stato arrestato anche il padre, Giuseppe: nell’abitazione sono stati ritrovati cinque detonatori e una capsula per l’innesco. Della lista nera dei 30 latitanti più pericolosi d’Italia, ora, in Sardegna, ne resta soltanto uno: Attilio Cubeddu, dell’anonima sequestri, ricercato dal 1997. Alla conferenza stampa ha preso parte anche il procuratore generale della Sardegna, Ettore Angioni che ha commentato con soddisfazione l’arresto di Arzu: “Lo conoscevo da quando era minorenne - ha detto- e ora, grazie a voi, è stato consegnato alla giustizia. Purtroppo - ha aggiunto - c’è una grave carenza di magistrati e sostituti procuratori: senza i pm, ha concluso, il vostro lavoro rischia di essere vanificato”. 09 / 12 / 2009


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Il canto delle sirene

Noi non vogliamo ascoltare. Non è che non possiamo. Non vogliamo perché non ne abbiamo il coraggio. È molto più

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dei gruppi. Perché se solo proviamo ad ascoltare, ci sembra di precipitare. Se ascoltiamo la nostra testa, ci sembra di

perderci. Eppure lei avrebbe qualcosa da dirci. Ma ci sconvolgerebbe. Allora meglio mettere sempre gli auricolari con

un po’ di musica. O accendere la televisione appena si rientra a casa. Perché il silenzio ci fa paura. Non sappiamo cosa

abbiamo dentro. Siamo sempre in bilico sull’orlo della follia. Ma è molto meglio perdersi nel labirinto dei propri pensieri,

che stare a galla su un mare di cemento finto. È inutile ascoltare il canto delle sirene legati all’albero maestro, come

Ulisse. O mettersi i tappi come i suoi marinai, e non ascoltare affatto. Dobbiamo ritrovare il coraggio di toglierci i

tappi e stare con le braccia libere al vento, per godere appieno della libertà della creazione, accogliere l’irrazionale e farcelo scivolare nelle vene. E così, forse, non saremo più un numero.

Ma un individuo.


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