Agabbadora, di Giovanni Murineddu
Lo spazio che separa la brutalità dall’atto di pietà, non è poi così grande.
Semmai, ha i contorni labili e sfumati.
E proprio su questa dimensione indefinita, ma percorribile, che s’innesta il romanzo di Giovanni Murineddu, presentato ieri pomeriggio nella sala del centro servizi culturali di Oristano.
Ambientato nel primo decennio del 1800, il libro narra principalmente della “morte invocata” per porre fine alle sofferenze.
Praticamente, l’eutanasia degli antichi sardi, che, vista dall’occhio estraneo, può apparire come un atto brutale, e invece, vissuta in prima persona, si trasforma in atto generoso, intriso di pietas e amore.
Edito nel 2007 dalla casa editrice del Gruppo Albatros il Filo, è stato anche spunto per una sceneggiatura cinematografica.
Il tessuto narrativo è stato messo a nudo dal relatore Salvatore Zucca, che però non ha voluto svelare, ovviamente, tutta la trama.
Gli elementi per essere un libro di piacevole lettura ci sono tutti: dalla storia d’amore, narrata con naturalezza e senza morbosità, alla ricchezza di dettagli sulle abitudini di vita delle famiglie sarde di due secoli fa.
Il tutto, comunicato con uno stile lineare, limpido e senza quella ricerca d’artifici che spesso rendono un testo poco scorrevole.
06 / 03 / 2010
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Dietro il sipario. Un romanzo che comunica attraverso il linguaggio delle emozioni, per cercare di raggiungere la sfera irrazionale e ultrasensibile del lettore. Nelle pagine emerge la riflessione sulla fine dell'esistenza, ma vengono affrontate anche le diverse modalità con le quali gli esseri umani tentano di rispondere e reagire al male di vivere. Non si può scegliere di nascere ma si può scegliere di morire. Se vuoi leggere in anteprima i primi capitoli, o acquistarlo, clicca qui
Il canto delle sirene
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Noi non vogliamo ascoltare. Non è che non possiamo. Non vogliamo perché non ne abbiamo il coraggio. È molto più
facile vivere protetti dalle abitudini e dal conformismo. Pensare attraverso concetti preconfezionati e con le categorie
dei gruppi. Perché se solo proviamo ad ascoltare, ci sembra di precipitare. Se ascoltiamo la nostra testa, ci sembra di
perderci. Eppure lei avrebbe qualcosa da dirci. Ma ci sconvolgerebbe. Allora meglio mettere sempre gli auricolari con
un po’ di musica. O accendere la televisione appena si rientra a casa. Perché il silenzio ci fa paura. Non sappiamo cosa
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che stare a galla su un mare di cemento finto. È inutile ascoltare il canto delle sirene legati all’albero maestro, come
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tappi e stare con le braccia libere al vento, per godere appieno della libertà della creazione, accogliere l’irrazionale e farcelo scivolare nelle vene. E così, forse, non saremo più un numero.
Ma un individuo.
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